I migliori GDR del 2018

Siamo giunti a fine anno e ho già scritto cosa aspettarci dal 2019, quindi è tempo di stilare la classifica delle migliori uscite “ruolistiche” degli ultimi dodici mesi. Il 2018 ci ha regalato diverse uscite interessanti, dai quasi-AAA Kingdom Come: Deliverance e Vampyr, passando per il remaster di Dark Souls o dalla conversione di Divinity: Original Sin II, per arrivare a giochi a budget medio-basso come Pillars of Eternity II: Deadfire, The Banner Saga 3, The Bard’s Tale IV e Pathfinder: Kingmaker. Ah, e pare che anche Assassin’s Creed adesso sia un GDR. Forse.

Alcuni hanno confermato le aspettative, altri le hanno deluse e altri ancora si sono rivelati anche migliori del previsto, e nonostante sia stata un’annata priva di “pesi massimi” come The Witcher 3 (in compenso CD Projekt ha rilasciato Thronebreaker: The Witcher Tales, spin-off della saga che mescola insieme elementi da GDR, elementi strategici e battaglie gestite tramite un gioco di carte, basato sul Gwent) i bei giochi non sono mancati. Purtroppo non sono ancora riuscito a recuperare tutti quelli che mi interessavano, e inoltre ho pure giocato e rigiocato alcuni vg con qualche anno alle spalle come Icewind Dale o i due Baldur’s Gate, che ormai conosco quasi a memoria ma su cui mi piace sempre passare qualche ora ogni tanto.

Bando alle ciance però e passiamo alla classifica: quella che state per leggere è la mia top 3, con i giochi di ruolo che mi hanno più convinto in questi ultimi mesi e che mi sento di consigliare a tutti gli amanti del genere.

#3 Pillars of Eternity II: Deadfire

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Sul gradino più basso del podio troviamo l’ultimo lavoro di Obsidian e seguito di quel Pillars of Eternity che avevo molto apprezzato nel 2015, ancor di più nella versione 3.0 con tanto di espansioni The White March Part 1 e Part 2.

Per Pillars 2 nutrivo grandi speranze ma anche qualche timore per via di alcuni cambiamenti operati su regolamento di gioco e gameplay, e alla fine posso dire che, per quanto strano possa sembrare, ho avuto ragione su entrambe le cose. Sì perché il gioco è senza dubbio riuscito, con dei passi avanti per quanto riguarda la libertà esplorativa, le possibilità di approccio alle missioni (e quindi il quest design), un sistema di fazioni più curato e meglio integrato nell’ambientazione, dei compagni un po’ più reattivi alle azioni del giocatore rispetto al predecessore e un encounter design meno pigro, con una quantità decisamente minore di trash mob messi come mero riempitivo.

Allo stesso tempo però alcune delle modifiche ai sistemi di gioco, che avevano raggiunto un equilibrio ottimale nella versione 3.0 di PoE, non mi sono andate giù: in particolare la rimozione della doppia barra salute/resistenza e il cambiamento della meccanica del riposo, che prima era limitata dalle risorse da campo (e non se ne poteva raccogliere più di un certo ammontare che variava in base alla difficoltà) mentre in PoE2 è praticamente possibile riposare sempre e in ogni luogo. Entrambi sono due passi indietro dal punto di vista della gestione strategica del gruppo, perché non sarà più necessario conservare le proprie risorse con attenzione durante l’esplorazione di un qualche dungeon o cercare di vincere gli scontri senza subire troppi danni così che la salute generale dei propri pg non cali troppo. Oltre a ciò si aggiungono degli inaspettati passi indietro per quanto riguarda la storia e i compagni, con la prima che è introdotta in modo interessante ma non sviluppata bene e questi ultimi che semplicemente non risultano memorabili.

Al di là di questi difetti, resta un buonissimo gioco di ruolo, soprattutto in virtù di un gameplay comunque riuscito nonostante qualche modifica in più del necessario, con la possibilità di andare ovunque si voglia nell’arcipelago di Deadfire ed esplorarne le varie isolette e relative culture, un setting interessante e un po’ diverso dal solito high fantasy che esplora tematiche di rado affrontate in altri GDR (e soprattutto lo fa in modo competente), come il colonialismo e i rapporti tra locali e potenze straniere, oltre ad un’enorme quantità di contenuti che vi terrà impegnati per quasi cento ore, nel caso voleste sperimentare tutto (o quasi) quello che il gioco ha da offrirvi.

Con qualche difetto in meno avrebbe probabilmente potuto ambire a una posizione anche più alta, e in generale continuo a preferirgli il predecessore, però in ogni caso merita la medaglia di bronzo e se siete fan dei giochi di ruolo isometrici con combattimenti in tempo reale con pausa è il caso di dargli una chance.

Se volete provarlo lo potete trovare su Humble Bundle. Vi ricordo che acquistando dai miei link potete contribuire a far crescere questo sito.

#2 The Banner Saga 3

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Al secondo posto troviamo l’ultimo capitolo di un’altra bella serie nata grazie al crowdfunding, anzi a mio parere una delle migliori insieme proprio a quella di Pillars of Eternity e agli Shadowrun.

The Banner Saga 3 mantiene la stessa formula già adottata nelle precedenti incarnazioni, praticamente inalterata e con poche novità di rilievo, tra cui sul piano del gameplay è da notare l’aumento del level cap e quindi l’inserimento di nuovi talenti da scegliere per i propri eroi, l’aggiunta di nuove classi e la possibilità di affrontare diverse ondate di nemici, col rischio di restare feriti o anche di perdere la battaglia non riuscendo a fronteggiare tutti gli avversari addizionali ma ottenendo maggiori ricompense, in caso di successo.

Il cuore della serie però non sono mai stati i pur relativamente frequenti combattimenti a turni, nonostante riescano nel non semplice compito di essere accessibile ma anche di permettere un buon grado di complessità tattica. No, la vera anima di Banner Saga risiede nell’impianto narrativo e nelle numerose scelte da fare durante il viaggio, che spesso influenzeranno il destino dei nostri personaggi e dei loro seguaci, in situazioni in cui spesso non ci sarà una decisione palesemente “buona” contrastata da una apertamente “cattiva” e in cui a volte gli esiti migliori si otterranno evitando di fare gli eroi e scendendo a qualche compromesso con la propria morale.

Si tratta anche del capitolo finale della trilogia “vichinga” di Stoic ed era quindi importante concludere bene la saga, compito in cui abbiamo visto alcuni nomi anche importanti fallire clamorosamente in passato (sì, sto parlando di te, Mass Effect 3). Ebbene, questa volta gli sviluppatori non hanno fallito e sono riusciti a confezionare un epilogo degno per la loro opera, che risolve le domande lasciate in sospeso dagli scorsi capitoli e regala un finale soddisfacente ai fan.

Come per gli altri Banner Saga, il gameplay non è sufficientemente vario per reggere un playthrough troppo prolungato, ma la durata che si attesta sulle 12-15 ore per completare la partita è ottimale e fa sì che il gioco finisca prima che le meccaniche di gioco si facciano un po’ troppo ripetitive, oltre a consentire di concentrarsi sulle questioni importanti senza allungare il brodo con riempitivi inutili, come a volte capita in altri GDR. Insomma, se vi sono piaciuti i precedenti non ci sono motivi per farsi scappare questo terzo capitolo.

Lo potete trovare su Humble Bundle in versione pc, oppure su Amazon nella Trilogy Edition con tutti e tre i capitoli disponibili per la vostra console.

#1 Kingdom Come: Deliverance

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Un anno fa non sapevo bene cosa aspettarmi dall’opera prima di Warhorse Studios, sviluppatore ceco fondato da alcuni veterani ex Illusion Software/2K Czech, responsabili di giochi come Mafia e Hidden & Dangerous, qui però alle prese con un genere diverso come quello dei giochi di ruolo, e pure con delle idee piuttosto ambiziose. Sì perché il team con sede a Praga ha deciso di creare un GDR con ambientazione storica (la Boemia del XV secolo) e realistica (pur chiaramente con qualche licenza al gameplay), senza elfi, nani, draghi o magie di qualunque tipo che invece troviamo in molti altre produzioni. Scelta considerata da molti un azzardo, ma che ha aiutato a portare una ventata di aria fresca in un genere poco propenso al cambiamento.

Inoltre fra gli obiettivi degli sviluppatori c’era quello di permettere più approcci in ogni missione, garantire totale libertà esplorativa in una vasta mappa open world, permettendo ai giocatori di dedicarsi alle missioni principali oppure anche di ignorare la trama completamente e dedicarsi alle tante attività secondarie, garantendo al contempo una certa cura al comparto narrativo e ai personaggi per chi invece preferisse dedicarsi alla storia. Insomma, c’era motivo di guardare con interesse al loro lavoro ma anche la possibilità che avessero tentato di fare il “passo più lungo della gamba”.

Invece, gli obiettivi che si erano posti sono stati raggiunti: infatti, una volta concluso il prologo, diventa possibile esplorare in lungo e in largo le campagne boeme e scegliere come vivere la propria avventura, si può concludere il gioco senza ricorrere mai all’uso delle armi o al contrario sterminando qualunque minaccia ci si trovi davanti, e il lavoro svolto su storia, missioni e personaggi è sicuramente molto buono.

Benché ci siano dei difetti nel sistema di progressione, per esempio nel fatto che a fine gioco sarete bravissimi in praticamente ogni abilità e non avrete problemi a superare qualunque ostacolo, ho anche apprezzato molto il core gameplay del gioco e in particolare il sistema di combattimento, che dà il meglio nei duelli in mischia (le battaglie con schieramenti numerose invece sono migliorabili), in cui dovrete parare i colpi degli avversari, colpirli dove sono più scoperti, magari anche aspettando la giusta apertura o usando un tempismo perfetto per deviare l’attacco al momento giusto e andare al contrattacco. A ciò si aggiunge l’enorme fascino dato dall’ambientazione, ricreata con cura e dedizione, e capace di catturarti ed immergerti efficacemente nel suo mondo di gioco.

È giusto dire qualcosa sull’impianto tecnico, che all’uscita presentava numerosi glitch e bug (personalmente bug seri non ne ho incontrati, ma non per tutti è stato così), aspetti che dovrebbero essere stati corretti nel corso dei mesi con le patch. Dico “dovrebbero” perché non ho verificato l’efficacia delle patch, avendolo finito a metà marzo.

Considerata la mole di gioco e il budget ben inferiore a produzioni AAA come God of War o The Witcher 3, sento di poter dire che i difetti tecnici presenti al day one siano perdonabili, soprattutto ora che dovrebbero essere stati in gran parte fixati, e al di là di questi problemi faccio fatica a pensare a qualcosa che non mi sia piaciuto nel titolo di Warhorse. Avevo speranze ma anche qualche dubbio approcciandomi a Kingdom Come, invece è stata una delle più piacevoli sorprese dell’anno e merita quindi il posto più in alto nella classifica dei miei GDR del 2018. Ovviamente il mio consiglio è di non farvelo scappare, quindi se dopo aver letto questo articolo pensate che Kingdom Come meriti l’acquisto lo potete trovare sia su Amazon che su Humble Bundle.

E con quest’ultimo gioco abbiamo concluso questa breve ma intensa classifica. La speranza è che il 2019 sia in grado di regalarci anche di meglio, ma in verità già se fosse in grado di eguagliare quest’ultima annata non ci sarebbe molto da lamentarsi. A breve troverete anche un resoconto generale del mio 2018 videoludico, in cui parlerò anche di generi diversi da quello dei giochi di ruolo, quindi restate sintonizzate e ci rileggiamo presto con un altro articolo.


3 risposte a "I migliori GDR del 2018"

  1. Lo ammetto: quest’anno, dopo tanto tempo, non ho avuto modo di comprare / provare nessun nuovo gdr. Questo perché il mio portatile, che pure reggeva discretamente bene The Witcher, inizia a sentire il peso dei propri anni.
    Regalatemi una console. T_T

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    1. I Banner Saga non hanno requisiti hardware esosi, magari puoi verificare se il tuo pc è in grado di farlo partire adeguatamente. Altrimenti sì, i tre gdr di cui ho parlato qui sopra si trovano anche su console, a parte PoE2 che verrà verrà convertito solo nel corso del prossimo anno (e comunque secondo me senza il mouse perde davvero troppo).
      In ogni caso, in futuro penso che scriverò anche qualche articolo sui gdr usciti dal crowdfunding e anche su quelli del passato, in entrambi i casi di solito non serve un pc particolarmente performante per giocarli.

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