Tyranny – La recensione

Torniamo a parlare di giochi di ruolo e inauguriamo la sezione “recensioni” con un titolo non più recentissimo e già disponibile da oltre due anni. Quindi perché parlarne ora? Beh, può comunque essere una buona occasione per (ri)scoprire titoli di cui si erano perse le tracce, o avere una nuova prospettiva. Inoltre, in questo periodo non siamo esattamente sommersi da nuovi gdr da provare, quindi rispolverarne qualcuno di qualche anno fa non è una brutta idea. Anzi, lo anticipo già, oltre ai titoli che avrò modo di provare al “day one”, pubblicherò spesso articoli dal sapore retrò, in cui analizzerò e commenterò i giochi di ruolo più belli degli anni passati… e anche quelli meno belli.

Ma ho divagato già abbastanza, torniamo sui binari: il gioco di cui parlo è Tyranny, gdr che si pone un po’ a metà tra l’approccio “old school” di titoli come Baldur’s Gate e un approccio più moderno, ma che soprattutto aveva l’ambizione di proporre un’esperienza narrativa ricca e carica di scelte importanti, che nelle promesse degli sviluppatori di Obsidian dovevano avere una forte influenza sullo sviluppo della storia, oltre a creare un’ambientazione particolare e diversa dal solito fantasy con elfi e nani visto così spesso in tanti altri giochi di ruolo. Il team californiano ha spesso dimostrato di essere in grado di creare storie che si distaccano dai canoni tradizionali, ma sono riusciti in questo caso a realizzare le proprie ambizioni?

Prima di rispondere, faccio un po’ di chiarezza su che tipo di gioco è Tyranny: si tratta di un gdr che prende un po’ da Pillars of Eternity e un po’ da Dragon Age: Origins. Infatty Tyranny usa lo stesso motore del “fratello maggiore” Pillars of Eternity, oltre ad avere un’interfaccia piuttosto simile, e allo stesso modo mette il giocatore al comando di un gruppo di personaggi da guidare in battaglia (e non solo). L’influenza di Dragon Age: Origins invece si fa sentire nel fatto che i personaggi da controllare sono quattro invece che sei, nei diversi rami di talenti (skill tree) tra cui scegliere ad ogni level up e nella presenza di cooldown per l’uso delle abilità: una volta usata una particolare magia, il giocatore dovrà aspettare qualche secondo (o minuto, nel caso di abilità particolarmente potenti) prima di poterla riutilizzare. Non manca poi qualche differenza rispetto a entrambi i titoli sopracitati, come il fatto che la crescita del pg si basa su un sistema senza classi e con abilità che migliorano in base all’uso che ne viene fatto, sulla falsa riga dei The Elder Scrolls col loro modello learn-by-use in cui le “skill” crescono in base alla frequenza con cui vengono utilizzate.

il cupo mondo di Tyranny
L’interfaccia di gioco in azione

Purtroppo però il risultato è un ibrido che non convince del tutto, risultando meno solido e appagante di quello di PoE (soprattutto dalla versione 3.0) e decisamente meno bilanciato e rifinito. Inoltre presta anche il fianco a exploit che consentono al giocatore di aumentare tutte le abilità che gli servono senza problemi e quindi livellare più spesso, per esempio selezionando l’opzione di dialogo col tag [persuasione] ad ogni occasione possibile, così da alzare l’abilità pure se in realtà si potrebbe risolvere la situazione con altre opzioni. Inoltre, siccome le abilità oratorie si possono alzare solo con l’uso (e quindi nei dialoghi) è doppiamente conveniente optare per tali opzioni quando si ha l’occasione, anche perché altrimenti non si sviluppa l’abilità e si potrebbe finire tagliati fuori dal poter usare la diplomazia in futuro, magari proprio quando ce ne sarebbe bisogno, in quanto il punteggio richiesto per attivarla è rimasto troppo basso.

Pure i combattimenti non sono molto riusciti, anche per via del basso livello di sfida: se nel primo atto è ancora possibile incontrare qualche difficoltà, nei capitoli successivi i nemici non riescono quasi mai ad opporre una vera resistenza al nostro gruppo di avventurieri. I problemi maggiori però derivano dall’encounter design tutt’altro che ispirato, sfavorito pure dal bestiario limitatissimo che di fatto ci costringe ad affrontare le stesse tre tipologie di nemici per tutto il gioco.
Un peccato, considerando che Pillars of Eternity, il precedente lavoro degli sviluppatori, offre decisamente di più anche per chi apprezza i combattimenti, però escludendo quest’ultimo nessuno degli altri lavori di Obsidian ha mai convinto per il gameplay.

Passando invece ad aspetti maggiormente riusciti, il titolo prometteva di offrire un valido sistema di scelte e conseguenze e il risultato finale su questo fronte è sicuramente buono, con varie fazioni a cui unirsi, diversi gradi di reputazione con esse o coi PNG più importanti che generano bonus alle statistiche e sbloccano o chiudono alcune strade, rendendo l’esperienza di gioco differente da quella di un altro giocatore che ha compiuto decisioni diverse dalle nostre. In più, scegliendo un particolare percorso invece che un altro cambieranno alcuni dei posti visitati dal nostro protagonista, garantendo una buona rigiocabilità, anche se capiterà di passare per le stesse mappe e svolgere press’a poco gli stessi compiti ma affrontando nemici di uno schieramento piuttosto che di un altro.

le fazioni di Tyranny in azione
Una scena a cui assisterete molto presto e che introduce le principali fazioni del gioco

Un po’ più altalenante la scrittura, con alcune parti ben scritte e interessanti e altre più anonime, mentre la storia e l’ambientazione sono comunque in grado di catturare e coinvolgere a sufficienza il giocatore (ignorando alcune incongruenze qua e là). Senz’altro Obsidian ha fatto di meglio in passato sotto questi aspetti, ma in ogni caso pure un lavoro sotto la loro media resta superiore a quella del resto dell’industria.
Tyranny inoltre partiva da una premessa molto interessante, quella di interpretare un personaggio di alto rango e alle dipendenze (quasi) dirette del malvagio tiranno che domina il mondo di gioco, il che poteva portare un po’ di aria fresca in un genere infestato da fetch quest e storie con eroi che partendo da umili origini si ritrovano a salvare il mondo. Poteva perché la premessa funziona piuttosto bene nel primo atto, ma poi viene messa da parte per far spazio al più classico dei viaggi dell’eroe, col protagonista che viene mandato di qua e di là a massacrare nemici mentre esegue gli ordini di questo quell’altro personaggio come nella stragrande maggioranza dei gdr, per poi sviluppare sempre più il proprio potere e diventare artefice del proprio destino (e di quello degli altri). Inoltre il terzo atto soffre di uno sviluppo molto frettoloso, ed infatti dura meno della metà dei precedenti.

Insomma, Tyranny per molti aspetti è un gdr che poteva, e forse doveva, offrire molto di più e non è sicuramente fra i titoli più riusciti della software house californiana, un po’ per il gameplay approssimativo e per il regolamento confusionario, un po’ perché anche in quelli che tradizionalmente sono sempre stati i punti di forza di Obsidian, storia e personaggi, non spicca particolarmente pur avendo alcune buone idee. Si tratta soprattutto di un’occasione sprecata, perché il potenziale per creare qualcosa di memorabile c’era e ogni tanto si percepisce pure, ma alla fine Tyranny è “solo” un gioco discreto, interessante soprattutto per chi non può fare a meno dei gdr con visuale isometrica e combattimenti tattici in tempo reale ma con la possibilità di mettere in pausa in qualunque momento.

Se cercate un’ambientazione interessante e diversa dal solito, tante scelte, talvolta anche complesse, da fare e con un certo impatto sullo sviluppo della storia, allora Tyranny può fare al caso vostro, soprattutto se siete disposti a passare sopra alle sue mancanze o per tenervi allenati mentre aspettate l’uscita di gdr più promettenti. Magari prendendolo durante i saldi di Steam o GOG, invece che a prezzo pieno.


3 risposte a "Tyranny – La recensione"

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