No, i giocatori non hanno troppo pretese ed è la stampa specializzata a dover migliorare

Da un po’ di anni a questa parte, su molti siti della scena videoludica anglosassone hanno iniziato a comparire numerosi articoli che puntano il dito contro un bersaglio un po’ particolare: ossia, il pubblico di consumatori e fan dei videogiochi, quelli che in teoria dovrebbero essere proprio il target primario di questi siti, insomma. A volte anche con attacchi e critiche che non vanno tanto per il sottile.

A una prima occhiata sembrerebbe un’operazione piuttosto bizzarra e anche, a dirla tutta, un po’ suicida: dopo tutto, se Quattroruote pubblicasse editoriali in cui se la prende con gli amanti dei motori ci sembrerebbe subito qualcosa di strano, no? Eppure è proprio ciò che diversi siti famosi e pure seguiti come Rock Paper Shotgun, Kotaku, Polygon e altri hanno fatto in questi ultimi anni. E sono ancora in giro, quindi forse la loro strategia di comunicazione è meno suicida di quanto possa apparire inizialmente.

Articoli di questo tenore continuano puntualmente a saltare fuori, con titoli clickbait e argomentazioni spesso non proprio convincenti. Anche recentemente, come nel caso di questo pezzo pubblicato su VG24/7 da Kirk McKeand una settimana fa e che potete leggere qui (in inglese). L’intento è chiaro già dal titolo, con l’autore che invita i produttori di videogiochi a non ascoltare i fan perché, a detta sua, molti do loro hanno un modo di porsi “tossico”, si lamentano troppo e per le cose sbagliate, producendo quindi feedback che, se ascoltati dagli sviluppatori, non solo non aiuterebbero a creare giochi migliori ma anzi li peggiorerebbero.

Penso si possa già intuire che io non sono affatto d’accordo con lui, ma un articolo del genere mi offre le possibilità di esplorare meglio una questione interessante, cioè come una parte fin troppo consistente della stampa (in particolare, di quella americana e inglese) abbia un modo di porsi sbagliato con il consumatore finale e per dire che no, non sono i giocatori a chiedere e pretendere troppo, ma anzi sono i siti specializzati a dover fare di più.

wallpaper di Mass Effect 3
Mass Effect 3 era uno dei giochi più aspettati del 2012, ma all’uscita molti fan rimasero delusi, in special modo per il finale a dir poco approssimativo

Al di là del dubbio gusto nell’aprire un articolo del genere portando ad esempio il finale di Mass Effect 3 come se quel finale non meritasse ogni singola critica ricevuta, non ho intenzione di rispondere punto per punto all’articolista di VG24/7 quanto di usare il suo lavoro come spunto per dire la mia sull’argomento, e sul perché a mio parere affermare che i giocatori siano troppo pretenziosi sia sbagliato.

Certamente è capitato anche a me di leggere critiche che esagerate, ma allo stesso modo esistono numerosi esempi decisamente più virtuosi in cui l’interazione fra sviluppatori e fan ha portato a migliorare un gioco anche sensibilmente, ed è facile pensare a diversi titoli pubblicati in early access ma pure a prodotti che hanno ricevuto varie migliorie dopo l’uscita. Tra questi, uno degli esempi migliori è Pillars of Eternity, gdr di Obsidian uscito nel 2015 che è stato patchato per oltre un anno, arrivando infine ad una versione 3.0 che ha risolto buona parte dei problemi iniziali del gioco e ne ha rifinito le meccaniche.

Al di là degli esempi che si possono fare per perorare l’una o l’altra causa, però, la questione principale è un’altra ed è che non capisco proprio come si possa sostenere che i giocatori siano troppo esigenti e proni al lamento ingiustificato, il tutto in un’industria i cui esponenti di maggior successo sono franchise che si ripropongono ogni anno affidandosi alla solita formula sicura e senza il minimo rischio o innovazione, cambiando solo per seguire il trend del momento. A giudicare dai numeri esagerati che certe serie macinano ogni anno, forse verrebbe invece da dire che molti fan sono di bocca buona, anche troppo.

Per altro, lamentarsi per questioni di dubbia utilità non è certo un’esclusiva del pubblico pagante, basti ripensare alle sterili polemiche portate avanti da alcuni siti (sempre inglesi e americani) sul presunto sessismo di Days Gone per una scena in cui il protagonista guarda il sedere della moglie, o ancora quelle sul presunto razzismo degli sviluppatori di Kingdom Come: Deliverance, rei di aver pubblicato un videogioco storico ambientato nella Boemia del 1400 in cui tutti i personaggi sono di etnia caucasica. E critiche simili sono arrivate anche nei confronti di The Witcher III, che è invece un fantasy ma basato sul folklore polacco e slavo.

primo piano di Geralt di Rivia
The Witcher III è uno dei giochi più apprezzati di questa generazione, ma una parte della stampa anglo-sassone ha accusato CD Projekt di sessismo e razzismo per giochi come TW3 e il prossimo Cyberpunk 2077

Ciò detto, non mancano alcuni punti su cui concordo con l’autore dell’articolo: per esempio, sono d’accordo sul fatto che gli sviluppatori debbano essere liberi di seguire le loro idee e ispirazioni senza per forza seguire quelle che sono le aspettative dei fan. Alcune volte è proprio andando contro queste aspettative che sono nati i giochi più interessanti, dopo tutto. E, in generale, ognuno dovrebbe essere libero di creare l’opera che preferisce, anche se questo volesse dire andare contro tutti i trend attualmente più in voga. 

Allo stesso tempo, però, è giusto che i consumatori paganti esprimano la loro opinione, anche e forse soprattutto quando si tratta di fare delle critiche. Perché l’unico modo per farsi prendere in considerazione dall’EA o Activision di turno (ma anche da nomi meno famosi) è proprio quello di farsi sentire e far notare cosa va bene e cosa invece non va. Per citare un caso eclatante, se nessuno si fosse lamentato delle loot box di Battlefront II, EA non avrebbe mai preso in considerazione l’idea di dover rivedere il proprio modello di business e, cosa ancora più importante, non l’avrebbero fatto neanche i rivali, che anzi avrebbero probabilmente seguito a ruota con modelli ugualmente intrusivi e sbilanciati in favore di chi paga per avere l’arma più potente. Se invece l’inserimento di loot box che trasformano il gioco online in un pay to win scatenano reazioni negative e di conseguenza le vendite calano, è possibile che  i grandi publisher prendano nota e seguano una strada diversa, una meno osteggiata dal pubblico.

E poi diciamolo pure, ma questi sviluppatori chi dovrebbero ascoltare se non chi consuma i loro prodotti e ne può decretare il successo o l’insuccesso commerciale? Piuttosto è curioso che mi capiti di leggere spesso articoli che puntano il dito contro i “fan ingrati” e molto più rare sono invece le critiche alle manovre di certi publisher, al punto che una parte della stampa anglo-americana a tratti sembra quasi più un’estensione del reparto PR dei colossi del settore, piuttosto che un insieme di siti web interessati ad informare correttamente il proprio pubblico.  

Forse sarebbe più utile concentrarsi sul fornire contenuti di qualità, che onestamente su certi siti e pagine a me sembra scarseggino, magari approfittandone pure per rivedere alcune curiose scale di valutazione per cui praticamente ogni AAA appena uscito merita almeno 8,5. Invece che ritrovarmi con prese di posizione contro i fan, non mi dispiacerebbe leggere più spesso analisi critiche interessanti o approfondimenti che vanno ad esaminare nel dettaglio aspetti come il design o le meccaniche di un gioco, più di quanto non venga fatto in molte recensioni.

Piuttosto che non leggere i feedback dei fan, chi sviluppa videogiochi dovrebbe ignorare articoli come quello di McKeand. Di questi sì che potremmo benissimo fare a meno.


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